Kerouac, Cassady e Ginsberg

20 Ker Cass Gin v

Durante la sua breve carriera nella Marina, Jack Kerouac fu considerato un tipo strano. Marcava spesso visita per il mal di testa, evitando così i compiti più noiosi.                                                                                                                  Diceva a tutti che stava scrivendo un romanzo, che paragonava in modo magniloquente ai più ponderosi classici americani.                                                               La sua caratteristica, di gran lunga peggiore, per quanto riguardava la Marina, era l’antipatia per la disciplina. Questa da sola bastava, in tempo di guerra, perché un marinaio venisse etichettato come instabile, paranoico, isterico, fobico e con tendenze suicide. Kerouac non era fatto per l’autorità. Era invece attratto compulsivamente da uno dei suoi opposti: il viaggio, per il quale aveva un talento speciale.                                      Fu il mare, non la strada, a ispirargli per primo l’idea di dare forma narrativa ai suoi viaggi. Quando andò per mare, la vastità e l’inattesa sensazione di alienazione che gliene derivarono, lo portarono a concepire un romanzo intitolato The Sea Is My Brother, “Il mare è mio fratello”. Quella era la parte eccitante della sua vita in mare: progettare il suo libro, trovarne il titolo, spiegarne i motivi nelle lettere agli amici; tutto il resto, compreso il mare, era soltanto grigiore e noia.  “Vedere che tutti siano abbonati, eccetera. Sai cosa faccio in realtà?” scriveva al suo amico d’infanzia Sebastian Sampas, “mi faccio i cazzi miei”.                                                      Nella mentalità militare , l’indisciplina era ritenuta assai prossima allo squilibrio mentale; ma poteva anche rivelarsi una rapida via d’uscita dalla Marina. Così Kerouac cominciò a esagerare.                                                            Fumava prima di colazione, nonostante fosse proibito, e la volta che un ufficiale di servizio gli tirò via la sigaretta dalla bocca, Kerouac reagì prendendolo a pugni. Un altro gesto davvero imperdonabile avvenne durante una marcia di esercitazione: come se niente fosse, la recluta Kerouac mise giù il fucile e se ne andò.                                                                              Venne poi messo sotto osservazione nel reparto psichiatrico dell’ospedale della Marina per essere poi dichiarato soggetto a comportamenti bizzarri. Un altro modo molto rapido per sfuggire dalla Marina era l’omosessualità, e anche in questo caso si diede da fare per rafforzare i sospetti dei medici. Alla fine riuscì a farsi congedare.                                                                                              Parlò di alcuni incontri casuali con donne, ma, come raccontò a un amico di Lowell, non esitò a “vantarsi di essere più affezionato agli amici maschi”.   Il rapporto ufficiale diceva “personalità indifferente”, ma durante le visite dei medici fu usato il termine dementia precox  (schizofrenia) , e a Kerouac piaceva molto il suono di quelle parole.                                                    Nel 1941, durante una delle sue scorrerie in centro, chissà, potrebbe aver incrociato lo sguardo di William Burroughs che camminava per strada o che sedeva di fianco a lui in un bar.

 

Mentre Kerouac era turbolento, grezzo e pieno di entusiasmo, Burroughs era un cumulo di negatività; appariva agli altri, nella sua descrizione, “senza contesto… forse di una specie di homo non sapiens… completamente anonimo”.                                                                                             Nemmeno Burroughs era tipo da esercito, benché ci stesse provando pure lui. Fece domanda per arruolarsi in Marina, ma fu rifiutato per “inadeguatezza fisica”. Nel 1941, uscito da Harvard da tre anni, Burroughs viveva al Taft Hotel sulla Settima Avenue e fu proprio qui che incontrò Jack Anderson, che sembrava un fotomodello, ma in realtà era una marchetta part-time.                                                                                                                       Era molto seducente e Burroughs si prese una cotta per lui.                                         Anche il Taft Hotel, come la Marina, aveva alti ideali e norme concepite per difenderli. Dopo che Burroughs e il suo amico furono sorpresi a letto dal sorvegliante dell’albergo, Burroughs fu costretto ad andarsene. Seguì Anderson nel Greenwich Village, dove il ragazzo aveva una stanza in una pensione. Cosa poteva esserci di meglio?                                                                             Ma scoprì ben presto che Anderson aveva tempo per tutti tranne che per lui. Mentre Kerouac attingeva ai personaggi dei libri per definire le sue tendenze, Burroughs trovò nel gesto di un artista realmente esistito una via d’uscita dalla folle gelosia provocatagli da Jack Anderson.                                                             Infatti comprò un trinciapollo, mise il mignolo tra le lame e lo mozzò.

Ginsberg era nato nel 1926 e aveva respirato l’odore degli ospedali molto prima degli altri due.                                                                                                              Entrambe i genitori di Ginsberg credevano fermamente nella rivoluzione e nel crollo inevitabile del capitalismo americano.                                                                              Sua madre impazzì prima che entrasse nell’adolescenza: si chiudeva in bagno, si nascondeva sotto il letto, imprecava contro Mussolini e si lamentava di avere dei fili elettrici in testa. Meno di un anno dopo fu rinchiusa in una clinica statale “implorando la mia misericordia tredicenne” scrisse Ginsberg in seguito. La madre lo implorava di riportarla a casa, ma Allen le suggeriva di credere ai dottori.                                                                                La convivenza con la psicosi della madre ebbe un sensibile effetto sull’equilibrio psichico di Ginsberg.                                                                                                    Dieci anni dopo, anche lui si fece ricoverare nella clinica psichiatrica Columbia e ci restò per otto mesi.                                                                                                    Aveva ventitré anni, ed era un caso psichiatrico molto più di quanto Kerouac avrebbe mai potuto sperare di diventare. Nella clinica psichiatrica incontrò l’uomo che sarebbe stato il faro illuminante dei suoi percorsi letterari nel decennio a venire: Carl Solomon, che soffriva di una grave infermità mentale, ma solo a intervalli.                                                                                                                 Era un uomo intelligente e colto, a cui le letture avevano fornito le necessarie condizioni intellettuali per inquadrare la sua stessa condizione. Solomon diede da leggere a Ginsberg degli scritti del suo mentore, Antonin Artaud, che era morto in un manicomio francese l’anno prima, nel 1948. Raccontò a Ginsberg che durante un viaggio a Parigi si era imbattuto in Artaud che leggeva in una galleria d’arte. Tremava mentre leggeva, e sembrava che indicasse Solomon, come a nominarlo suo rappresentante nelle terre d’oltremare.                                                                     Ginsberg era in preda a uno sconforto generale dovuto alla sua sessualità incerta, all’arenarsi della sua carriera accademica, alla malattia di sua madre, alla sua ansia di eternità.                                                                                                                    Il testo di Artaud, Van Gogh, il suicidato della società, riuniva alcuni fili della sua mente disordinata e gli concedeva una possibilità di riscatto: “Una società così malata ha inventato la psichiatria per difendersi dalle speculazioni di alcuni visionari le cui facoltà divinatorie la disturbano”.

 

 

 

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